IL PROBLEMA DEL SOTTO-TRATTAMENTO
Nonostante l'ampio risalto dato alla recente classificazione operata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità sui farmaci per il trattamento del dolore e la dimostrazione che tale sintomatologia possa essere alleviata in più del 90% dei casi, il problema continua ad essere affrontato in maniera inadeguata. Infatti, anche i pazienti affetti da neoplasia, in cui il dolore dovrebbe essere uno degli obiettivi primari e più facilmente individuabili, sono frequentemente trattati in maniera non idonea. Esistono lavori in letteratura che documentano l'inadeguato utilizzo della terapia antalgica e particolarmente di oppiacei in ogni setting assistenziale, dalle divisioni di medicina interna e chirurgia generale, ai reparti di emergenza ed ai reparti pediatrici, anche quando viene rilevata del personale assistenziale la presenza del dolore.
Un recente studio osservazionale, condotto su un gruppo di quasi 15.000 pazienti anziani neoplastici ricoverati nelle nursing home statunitensi, ha documentato che tra i pazienti che lamentavano una sintomatologia dolorosa quotidiana, il 16% riceveva farmaci analgesici di primo livello (FANS), il 32% riceveva trattamento antidolorifico di secondo livello (oppioidi deboli) e solo al 26% venivano somministrati farmaci di terzo livello (oppioidi forti). Ai pazienti ultraottantacinquenni venivano somministrati oppioidi meno frequentemente rispetto ai soggetti con età compresa fra 65 e 74 anni (13% vs 38% rispettivamente). Da segnalare anche come circa il 26% dei pazienti, nonostante lamentasse dolore quotidiano, non riceveva alcun trattamento.
Tali dati sono stati successivamente confermati in una popolazione di ultrasessantacinquenni residenti al domicilio in Italia (casistica già descritta nel capitolo precedente), di cui circa il 40% lamentavano dolore e soltanto un quarto di questi riceveva farmaci analgesici. Solo il 27% dei soggetti con sintomatologia dolorosa persistente riceveva analgesici. Gli antidolorifici non narcotici (livello 1 della scala del WHO) erano utilizzati nel 25% dei pazienti con dolore. Gli oppioidi deboli (livello 2 della scala del WHO) ed gli oppioidi forti (livello 3 della scala del WHO) erano somministrati rispettivamente solo nel 6% e 3% dei pazienti sintomatici.
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La Figura mostra la relazione tra età ed l'uso di analgesici. Con l'aumentare dell'età, un numero sempre minore di pazienti con dolore riceveva antidolorifici (33%, 26% e 21% dei pazienti di età compresa fra 65 e 74 anni, fra 75 e 84 anni e di età superiore a 85 anni, rispettivamente; p<.001 per il trend dell'età). Questo trend era evidente per tutte e tre le diverse classi di analgesici. Da sottolineare come l'utilizzo di oppiacei forti era estremamente basso nella classe di età più alta.
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Inoltre, un dato emergente da entrambi questi studi è stato lo scarso utilizzo di farmaci analgesici nei soggetti con deterioramento cognitivo che hanno riferito dolore. In particolare nello studio condotto sulla casistica italiana, si può osservare come il deficit cognitivo sia un fattore che interferisce negativamente con il trattamento antidolorifico. In realtà il dolore riferito dai pazienti deteriorati cognitivamente deve essere tenuto in conto tanto quanto quello dei non deteriorati. Da recenti studi si è evidenziato che questi pazienti sono attendibili tanto quanto quelli cognitivamente integri nel riferire il dolore anche se tendono a verbalizzare di meno il sintomo dolore.
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