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08/09/2010 |
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Stop allo zucchero anti-dolore per i bimbi: «É dannoso» |
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Una vera e propria inversione a U. Sono passati appena pochi mesi da quando una ricerca canadese (pubblicata sulla rivista Archives of disease in childhood e ripresa dalla Cochrane review) aveva approvato l'uso di un po' di saccarosio da somministrare ai bambini durante un esame o un’iniezione, per alleviare pianto e dolore. Invece, uno studio dell'University college di Londra, e appena pubblicato sulla rivista The Lancet, afferma che lo zucchero non solo non serve, ma può essere anche dannoso per il cervello dei bimbi.
«Inutile insistere, il saccarosio non offre alcun contributo al trattamento della sofferenza - spiega, inflessibile, Rebecca Slater, autrice dello studio - Rischiamo di far male ai bambini solo perchè ci pare di vedere un’espressione simile al sorriso sul loro volto quando leccano un po' di saccarosio. Beh, secondo le nostre ricerche non conta niente. Gli studi precedenti si basavano su parametri errati».
Ma cosa ne pensano pediatri ed esperti, sballottati qua e là da studi di senso contrario? Neena Modhi, professore di medicina neonatale all'Imperial college, non tarda a farsene una ragione: «Da noi somministrare zucchero ai bambini più piccoli durante una procedura medica dolorosa era una pratica molto diffusa, e sembrava funzionare. Ma se i risultati dello studio sono certi, vorrà dire che ci adegueremo. Anche se ancora non sappiamo come».
«Da vecchio pediatra dico che ai neonati purtroppo puoi fare di tutto e il contrario di tutto e che sarebbe interessante capire qual è il senso di ricerche come quella canadese - afferma invece il professor Giuseppe Ferrari, primario emerito all'ospedale Mauriziano di Torino - Ma di sicuro in un neonato il pianto non è mai espressione di dolore; piuttosto è una richiesta di attenzione. La funzione consolatoria dello zucchero la possono svolgere anche un ciuccio o un dito della mano, ma che il saccarosio allevi la sofferenza non mi sentirei di dirlo. Ma, onestamente, neppure che provochi danni al cervello».
Fonte: La Stampa
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08/09/2010 |
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Quando il dolore è un sollievo: studio svela i meccanismi |
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L’idea che il dolore possa fornire un qualche tipo di sollievo suona come un controsenso, perlomeno per la stragrande maggioranza delle persone. Per alcuni tipi di pazienti, invece – quelli che si lesionano compulsivamente – è invece un’idea comune, se non fissa. Le persone con gravi disordini psicologici spesso hanno problemi nel regolare le loro emozioni, e così ricorrono all’auto-lesionismo per mitigare quei sentimenti negativi che non riescono a controllare. Questa la teoria avanzata da molti fin qui, ma mai provata scientificamente.
Uno studio statunitense, pubblicato sulla rivista Biological psychiatry, ha voluto studiare gli effetti di alcuni stimoli emozionali e di uno stimolo termico su persone con gravi disordini psicologici e su un gruppo di controlli. Gli stimoli erano così divisi: gli emozionali erano delle figure che dovevano stimolare sentimenti positivi, negativi o neutri, mentre lo stimolo termico poteva sia infliggere dolore (regolato sulla soglia del dolore di ogni paziente) come una calore piacevole.
I ricercatori hanno quindi riscontrato nei pazienti con disordini psicologici un’attivazione più intensa del circuito limbico e dell’amigdala, risultando, appunto, in una maggiore difficoltà a gestire psicologicamente le proprie emozioni. Lo stimolo termico doloroso, hanno osservato i ricercatori, era in grado di inibire l’attività dell’amigdala, sia nei pazienti malati che in quelli sani. Ciò si rifletterebbe, nei pazienti con disordini psicologici, in una soppressione delle reazioni più intense alle emozioni.
Fonte: EurekAlert
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08/09/2010 |
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Sardegna, ospedale rifiuta terapia del dolore ad anziana |
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Come è noto, ricevere assistenza e cure contro il dolore in Italia è recentemente diventato un diritto riconosciuto per legge. Questo, purtroppo, non vuol dire però che tali servizi siano già disponibili in tutto il Paese. Lo dimostra anche la vicenda di Anna Serrao, originaria di Villasalto (Cagliari) ma residente a Torino, e della sua anziana madre.
La donna aveva prenotato una cura antalgica per la madre, ancora residente in Sardegna, e si era organizzata di conseguenza, ritornando nella terra natia e organizzando l’assistenza domiciliare per suo padre, anch’esso malato. Tuttavia, presentatasi con la madre all’ospedale di Muravera lo scorso 25 agosto, il medico di turno le ha riferito che al San Marcellino non si fornivano prestazioni di quel genere, contrariamente a quanto assicurato dal Centro unico di prenotazione, che aveva fissato l’appuntamento.
«Come spesso mi capita, per assistere i miei genitori anziani con notevoli problemi mi reco nel mio paese natale – ha raccontato Serrao - Su invito di mia madre ho provato il 24 agosto scorso ha prenotare tramite il Cup, una visita specialistica per la terapia del dolore. La proposta è stata una prenotazione all’ospedale Brotzu di Cagliari per il 5 gennaio 2011. La data mi è sembrata troppo lontana. Ho quindi chiesto se in un altro ospedale vi fosse una disponibilità più vicina. L’operatore, molto gentile, si è prodigato per propormi una nuova data, indicandomi l’ospedale di Muravera, per il giorno 25 agosto alle 17. Arrivata all’appuntamento, mi è stato però riferito che l’ambulatorio per le cure antalgiche non esisteva».
La donna ha segnalato il pesante disguido in un esposto all’Asl 8 di Cagliari, e all’associazione “Socialismo diritti riforme”. «Ho informato del disguido il Cup, ma mi è stata confermata la presenza al San Marcellino dell’ambulatorio. Vorrei proprio sapere che cosa in realtà è accaduto. Davanti alle mie rimostranze mi è stato risposto a più voci “qui le cose funzionano così, non serve lamentarsi”».
Fonte: Medici-oggi
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31/08/2010 |
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Emicrania, trovata la radice genetica per la sua forma comune |
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Anche questa volta potrebbe essere una questione di geni. Da oggi anche l’emicrania entra a far parte della lunga lista di patologie di cui è stata scoperta un’origine – o quantomeno un’accordanza – genetica. A svelare la connessione sono stati i ricercatori del britannico Trust Sanger Institute, in uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature Genetics.
Tutto sembra portare ad un particolare allele, che si trova sul cromosoma 8, è noto come «rs1835740» e regola il livello del glutammato, una delle sostanze chimiche che permette il collegamento fra i neuroni. Secondo lo studio, a questo difetto genetico corrisponderebbe il malfunzionamento del gene MTDH/AEG-1, che è un importante regolatore di un altro gene, EAAT2, una molecola “spazzina” che ripulisce le sinapsi dal glutammato. Di conseguenza, si verificherebbe l’«ostruzione» delle sinapsi, cioè dei «ponti» di comunicazione tra neuroni, a causa dell’accumulo di un importante messaggero chimico del cervello, appunto il glutammato.
Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori del consorzio internazionale di genetica delle cefalee hanno confrontato l’intero genoma di 3.000 persone che soffrono di emicrania con quello di oltre 10.000 persone sane. In un secondo step, per avere conferma dei risultati, hanno ripetuto la stessa analisi genetica su altri 3.000 pazienti e oltre 40.000 soggetti sani. È da qui che è emersa la mutazione a cavallo di due geni, PGCP e MTDH/AEG-1, nei pazienti con emicrania.
In realtà, un legame tra geni e mal di testa era già stato provato per alcune forme rare di emicrania, ma è la prima volta che si trova una corrispondenza per la sua forma più comune, che si stima colpisca 300 milioni di persone nel mondo. É comunque di lungo corso l’osservazione di una forte familiarità nella patologia, e per la prima volta sembra si sia trovata una spiegazione genetica a questa osservazione.
Fonte: La Stampa
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31/08/2010 |
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Cannabis da fumare contro il dolore: studio canadese approva |
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Un altro studio mette in relazione la cannabis con il trattamento del dolore cronico. Si tratta di una piccola ricerca canadese della McGill University, che ha promosso l’«erba della discordia» come metodo per combattere il dolore e facilitare il sonno dei malati cronici. Sarebbe infatti efficace nel mitigare i segnali dolorosi dovuti a di danni o disfunzioni del sistema nervoso.
Lo studio, condotto su 23 persone e pubblicato sul Canadian medical association journal, sostiene i vantaggi del fumare cannabis con una pipa. Sono state prese in esame tre differenti concentrazioni del principio attivo tetraidrocannabinolo (al 2,5%, al 6% e al 9,4%) e di un placebo. I volontari, sotto la supervisione di un'infermiera, hanno inalato la cannabis dalla pipa tre volte al giorno per cinque giorni, con nove giorni di stop, per quattro cicli successivi.
I risultati hanno dimostrato che i soggetti che avevano assunto la dose hanno visto ridursi in modo significativo il dolore rispetto al placebo. Stesso effetto positivo anche su ansia e depressione. E persino il sonno è migliorato. Ora, a detta dei ricercatori, sarebbe necessario approfondire il fenomeno, studiando in un più vasto numero di pazienti l'effetto di strumenti inalatori ad hoc.
«Abbiamo scoperto che la formulazione di cannabis con il 9,4% di THC, somministrato come singola inalazione fumato tre volte al giorno per cinque giorni, riduce significativamente l'intensità media del dolore in confronto al placebo - spiega Mark Ware, principale autore del MUHC e principale autore dello studio - Abbiamo trovato miglioramenti statisticamente significativi anche nei livelli di ansia e nella qualità del sonno».
Fonte: Asca
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31/08/2010 |
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Sicilia: rete cure palliative ancora in ritardo |
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Quindici milioni 298mila 163 euro e 70 centesimi. Questa la cifra che il Dl n. 450 del 1998, convertito con legge 39 del 26 febbraio 1999, aveva stanziato per il miglioramento delle cure palliative in Sicilia. Dopo dieci anni, però, la regione nel 2009 presentava un tasso di posti letto pari allo 0,33% per 10.000 abitanti: dato decisamente inferiore allo standard nazionale che è dello 0,47%. In questo contesto, il decreto assessoriale n. 873/09 dell’8 maggio 2009 voleva potenziare l’organizzazione delle cure palliative e dettare le procedure per l’attivazione degli hospice e delle cure domiciliari per i malati terminali. L’obiettivo era attivare 15 strutture per un totale di 165 posti letto.
Ad oggi, la situazione è la seguente: nove hospice attivi per un totale di 97 posti letto, contro sei strutture ancora non attive; bloccate. Nella maggior parte dei casi le motivazioni della mancata apertura degli hospice sono da ricercarsi nel proseguo e nel collaudo dei lavori effettuati. Tuttavia, sopravvivono alcune situazioni quantomeno curiose. L’Azienda ospedaliera Umberto I di Enna per esempio, per la cui realizzazione sono stati spesi 206mila euro, e l’Azienda ospedaliera Papardo di Messina, realizzato con un finanziamento di quasi un milione di euro.
Entrambe le strutture hanno a disposizione 10 posti letto all’interno di camere completamente arredate e dotate di ogni comfort, ma gli ammalati non possono usufruire del servizio in quanto tali strutture sono chiuse per mancanza di personale. A peggiorare la già paradossale situazione dell’hospice ennese, addirittura inaugurato nel 2006, è recentemente intervenuto un tentativo di trasferirlo presso l’Azienda ospedaliera «Ferro Capra Branciforte» di Leonforte.
La conseguenza dei ritardi nella realizzazione della rete è la mancata copertura di alcune aree nella regione, dove diversi malati terminali non riescono ad accedere a quelle cure che, per effetto della recente legge sulle cure palliative, sono diventate un loro diritto.
Fonte: Quotidiano di Sicilia
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24/08/2010 |
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Cure Palliative allungano la vita nei pazienti con cancro al polmone |
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Le cure palliative non solo migliorano la qualità di vita nei malati terminali, ma possono anche aumentare il tempo di sopravvivenza alla malattia. Lo hanno dimostrato ricercatori del Massachusetts General Hospital (MGH), in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e che ha analizzato l’impatto di un programma integrato di cure palliative, iniziato precocemente nel trattamento di pazienti con cancro ai polmoni non a piccole cellule in stato avanzato. Ad una prospettiva generica di un anno di vita, le persone sottoposte a cure palliative hanno dimostrato una media di sopravvivenza di due mesi superiore.
«Da oncologo, trovo i risultati di questa ricerca estremamente interessanti – sostiene Jennifer Temel, principale autrice dello studio – Abbiamo dimostrato che aggiungendo ad una terapia standard i servizi del personale addestrato a fornire un miglioramento della qualità della vita si può migliorare e insieme allungare la vita dei pazienti con tumore incurabile. Un risultato molto promettente: stiamo già analizzando l’impatto di un trattamento di cure palliative precoce anche in altre situazioni cliniche, sperando di poter riscontrare una tendenza simile».
Il team di supporto per le cure palliative – composto da medici, infermieri e operatori sociali – è addestrato ad aiutare i pazienti con patologie gravi nell’affrontare la loro condizione sotto l’aspetto psicologico e spirituale, oltre che ad alleviare problemi fisici come dolori muscolari, nausea e difficoltà respiratorie. Ai 151 partecipanti allo studio, tutti con tumore polmonare non a piccole cellule, è stata assegnata in alternativa una terapia oncologica standard o una terapia standard integrata con un piano di cure palliative. A tutti è stato sottoposto un questionario sull’umore e sulla qualità della vita all’inizio dello studio e dopo tre mesi. Il follow-up è durato tre anni.
Al secondo questionario, i pazienti sottoposti a cure palliative hanno mostrato significativi miglioramenti nella qualità di vita rispetto ai controlli, e i sintomi indicanti depressione erano di circa la metà nonostante la quantità di farmaci anti-depressivi fosse uguale per tutti. Alla fine del corso clinico, più della metà dei pazienti con terapia standard sono stati sottoposti a trattamenti chemioterapici aggressivi, mentre ciò accadeva solo in un terzo dei pazienti che avevano avuto il conforto del team di cure palliative. In generale, questi ultimi sono sopravvissuti per una media di 11,6 mesi, contro una media di nove nel gruppo con terapia standard.
Fonte: EurekAlert
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24/08/2010 |
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MicroRNA la chiave per nuovi farmaci ad-hoc contro il dolore cronico |
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Farmaci «mirati» per colpire e curare il dolore cronico causato da patologie infiammatorie, come l’artrite e il mal di schiena, senza «intontire» l’intero corpo. É la nuova frontiera dei trattamenti per il dolore cronico, tracciata da uno studio del University College of London. I ricercatori del centro inglese hanno infatti dimostrato per la prima volta che i geni coinvolti nel dolore cronico sono regolati da molecole cellulari chiamate «piccoli RNA». Sarebbe questo un meccanismo di attivazione genetica completamente diverso da quelli finora conosciuti, e potrebbe rappresentare il vero «tallone d’Achille» del dolore cronico infiammatorio.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience e guidato dal dottor John Wood, ha studiato un gruppo di topi da laboratorio a cui era stato tolto un enzima chiamato «Dicer» in alcune cellule nervose. Si è così scoperto che la loro risposta al dolore acuto era normale, ma non sembravano subire alcuna conseguenza da fattori che sono noti per indurre il dolore cronico infiammatorio. Senza l’enzima in questione, infatti, i topi non erano in grado di produrre quei «piccoli RNA» in grado di attivare il processo doloroso.
«Quando una persona viene colpita da dolore cronico in seguito a qualche sorta di infiammazione, la soglia del dolore si abbassa notevolmente – sostiene Wood – Di solito questi sintomi si trattano con anti-dolorifici, ma questi hanno di solito un impatto su tutto il corpo, oltre a attutire la percezione del dolore acuto, fondamentale per prevenire infortuni. L’ideale sarebbe quindi riportare alla normalità la soglia del dolore in questi pazienti senza condizionare l’intero corpo, e il nostro studio ci indica che questo in futuro potrebbe essere possibile».
Fonte: ScienceDaily
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24/08/2010 |
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Droghe psicotiche forse efficaci contro dolore cronico e depressione |
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Psicoterapia e droghe psichedeliche: un connubio che sembra quasi l’anticamera al lavaggio del cervello ma che, invece, secondo alcuni esperti svizzeri potrebbe essere molto utile contro depressione, dolori cronici e malattie compulsive. Oggi questi problemi colpiscono sempre più persone e le terapie attuali sono poco efficaci. Ma secondo uno studio dell’Università di Zurigo e pubblicato sulla rivista Nature Reviews Neuroscience, osare l’utilizzo di droghe psichedeliche potrebbe davvero risultare una strategia vincente.
«Si tratta di malattie gravi che accorciano la vita – spiega il dottor Franz Vollenweider, autore dello studio - e gli attuali trattamenti disponibili hanno un debole tasso di successo. Le droghe psichedeliche potrebbero offrire un'alternativa per il benessere del paziente e risulterebbero anche meno onerose per lui e per la società». Tali sostanze sarebbero infatti in grado di agire come catalizzatori, permettendo al paziente di modificare la sofferenza percepita o l'intensità del problema.
Per arrivare a questa conclusioni, un team di esperti svizzeri ha analizzato alcune sessioni di «brain imaging», riscontrando come le sostanze psichedeliche come Lsd (dietalimide dell'acido lisergico), ketamina e psilocybina (la componente psicoattiva di una droga ricreativa conosciuta come fungo magico) agiscano sul cervello con modalità che potrebbero contribuire a ridurre i sintomi di vari disturbi psichiatrici.
Ricerche precedenti avevano già ipotizzato come tali composti siano in grado di migliorare le condizioni dei pazienti che soffrono di depressione o stati d'ansia, agendo sul cervello e sui neurotrasmettitori coinvolti in questi problemi di salute mentale. «Le sostanze psicotrope sono in grado di offrire ai pazienti nuove prospettive, in particolare quando certi ricordi tornano in superficie. Possono quindi operare a cominciare da questa esperienza», conclude Vollenweider.
Fonte: Reuters Italia
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28/07/2010 |
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Studio John Hopkins: «Rivedere le linee guida per il mal di schiena da artrite» |
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Seguire pedissequamente le linee guida non sempre può risultare la strategia migliore, soprattutto nell’ambito del mal di schiena legato all’artrite. Potrebbe infatti portare ad un uso eccessivo di test diagnostici, ritardi nella somministrazione di cure che portino sollievo e spese superflue che possono anche ammontare a 10mila dollari per paziente. Lo rivela uno studio della John Hopkins University, e pubblicato sulla rivista Anesthesiology.
Il mal di schiena dovuto all’artrite, così come si apprende dalle informazioni di background dello studio, è un disturbo tanto comune quanto difficile da diagnosticare con precisione. Questo perchè il riscontro dell’artrite con strumenti diagnostici come i raggi X e la risonanza magnetica non ha una relazione forte con la misura dell’intensità del dolore alla schiena. Questo porta i medici a prescrivere una serie di test temporanei di blocco dei nervi, per provare la connessione con l’artrite e solo successivamente prescrivere l’utilizzo delle radiofrequenze: un intervento relativamente sicuro e non invasivo che interrompe il segnale dolore dalle giunture artritiche.
Lo studio della John Hopkins ha coinvolto 151 pazienti di diversi ospedali con dolore alla schiena e artrite, e li ha divisi in tre gruppi: il primo ha ricevuto un trattamento con radiofrequenze sulla base di risultati clinici ottenuti senza il test di blocco dei nervi; il secondo ha ricevuto un trattamento con radiofrequenze a seguito di un blocco di test diagnostici per comprovare la relazione tra mal di schiena e artrite; il terzo, infine, ha ricevuto il trattamento solo dopo due blocchi di test diagnostici. I risultati hanno dimostrato che i pazienti del primo gruppo avevano accesso ad un sollievo più prolungato, costando meno al sistema sanitario e riscontrando assai pochi effetti collaterali.
«Tutto l’approccio che viene usato oggi è errato – afferma, con sicurezza, Steven Cohen, professore associato di anestesiologia alla John Hopkins – Sottoporre i pazienti a continui test diagnostici diminuisce il tempo di sollievo dovuto alla terapia, e inoltre espone al rischio di non riceverla affatto a causa del problema dei falsi negativi. Dovremo iniziare con le radiofrequenze come prima cosa, a beneficio sia del paziente che del bilancio: tanto più che lo stesso esito positivo della radioterapia può funzionare come diagnosi».
Fonte: ScienceDaily
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28/07/2010 |
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L’anestesia per endoscopia espone al rischio di patite |
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I virus dell’epatite B e C possono essere trasmessi durante la somministrazione di un anestetico per via intravenosa. Uno studio apparso sulla rivista Gastroenterology, infatti, sarebbe riuscito a dimostrare che la contaminazione da anestesia – e non da endoscopia – era la vera causa dell’insorgenza dell’infezione in alcuni pazienti. In generale, poi, si è riscontrato che le procedure mediche di IV livello presentano, sorprendentemente, rischi di infezioni maggiori rispetto alle pratiche mediche di routine.
Lo studio ha investigato sulle insorgenze di epatite B e C tra pazienti che avevano ricevuto un’anestesia durante una procedura endoscopica. Le operazioni erano state eseguite dallo stesso anestesiologo ma in due cliniche diverse. I risultati hanno così rilevato sei casi di insorgenze di epatite C e sei casi di epatite B nella prima clinica, mentre nella seconda si era verificato un solo caso di insorgenza di epatite C. Tutti i pazienti analizzati avevano ricevuto del propofol durante la procedura anestesiologica, mentre l’anestesiologo aveva utilizzato la stessa fiala per diversi pazienti, e usato la stessa siringa per dare una nuova dose allo stesso soggetto. Il risultato è stata una contaminazione della fiala.
«Occorre incrementare gli sforzi per diffondere il ricorso a pratiche anestesiologiche completamente sterili – sostengono gli autori dello studio – Ciò potrebbe portare anche chiarezza sui molti casi di trasmissione di epatite negli ospedali; casi le cui insorgenze finora rimangono il più delle volte non individuate. I medici che riscontrano l’insorgenza di casi di epatite dovrebbero segnalare il caso al dipartimento sanitario locale e considerare con attenzione il rischio connesso ad operazioni subite di recente, in particolar modo in quei soggetti che non presentano i tipici fattori di rischio per le infezioni».
Fonte: EurekAlert
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28/07/2010 |
| Titolo: |
Fede e terapia del dolore: stop agli equivoci |
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Per secoli, l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso il dolore ha avuto contorni non ben definiti, talora addirittura equivoci. A causa di questo retaggio, sono in molti coloro che attribuiscono parte della responsabilità di un tardivo sviluppo delle cure palliative in Italia alle pressioni culturali della Chiesa cattolica. Se ne è parlato, per esempio, anche al recente convegno Impact 2010 (tenutosi a Firenze il 2 e 3 luglio scorsi), e in cui hanno partecipato più di 40 società scientifiche coinvolte nella terapia del dolore e le cure palliative. Qui, alcuni hanno accennato a una «cultura cattolica» che interpreterebbe il dolore come una forma di espiazione e quindi non vedrebbe di buon occhio l’utilizzo di farmaci mirati a ridurlo.
Non la vedono però così i medici cattolici, i quali fanno notare che la posizione ufficiale della Chiesa sia favorevole all’uso di farmaci contro il dolore fin dal lontano 1957. Fu infatti allora Papa Pio XII ad attestare, in un documento inviato agli anestesisti, che «La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici (quando è richiesta da un’indicazione medica), è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente». Con una lettera aperta al quotidiano L’Avvenire, i medici Sandro Berni e Carla Ripamonti hanno voluto lanciare un invito a cattolici, ammalati e curanti, «a non considerare l’uso di nessuna terapia del dolore (con oppiacei o con altri interventi analgesici), in contrasto con la loro posizione religiosa».
Pur riconoscendo che prima di Pio XII la Chiesa abbia comunque avuto un atteggiamento poco chiaro verso il dolore, i due medici concludono la lettera sottolineando: «Il sollievo dal dolore è un diritto di tutti quelli che lo richiedono e che ne hanno bisogno: questa affermazione, che fa parte della storia della Chiesa, è ora anche una legge dello Stato. Non ci possono essere alibi, non possiamo fingere di non sapere».
Fonte: L’Avvenire
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