Studio FATA: in Italia prescrizioni Fans e danni gestroesofagei in crescita
Fanelli: «Appropriatezza terapeutica a rischio: urge informazione e formazione»
Medici, farmacisti e case farmaceutiche lo sanno da tempo: l’Italia è il paradiso dei farmaci anti-infiammatori non steroidei, i cosiddetti Fans. Nel nostro Paese il consumo e la prescrizione di questo tipo di medicinali è sempre stato tra i più alti al mondo. Un trend che da tempo procura più di qualche preoccupazione a chi ha più a cuore l’appropriatezza terapeutica nei pazienti con dolore. Tuttavia, nonostante in Italia non molto sia stato fatto per arginare questo fenomeno, da qualche tempo il mercato ha subito qualche bradisismo, se non dei veri e propri scossoni.
Tutto è cominciato nel 2002, con il discusso bando dal mercato di alcuni Paesi europei di una delle molecole di Fans più prescritte: il Nimesulide. L’accusa consisteva in sospetti danni al tratto gastroesofageo derivanti da un consumo eccessivo. A seguito di questi eventi e di un’approfondita analisi, nel 2006 in Italia si è deciso di introdurre l’obbligo di prescrizione per questa molecola, fino a quel punto la più popolare nel suo settore. «Da allora, il Nimesulide ha perso in otto anni il 75% del mercato a livello mondiale - commenta Guido Fanelli, coordinatore della commissione Terapia del dolore e cure palliative del ministero della Salute - Ci si aspettava che questi dati avessero determinate ricadute sul mercato dei farmaci anti-infiammatori non steroidei in Italia. E invece, un nuovo e ampio studio ci restituisce oggi dei dati sorprendenti».
Lo studio in questione è il FATA – Fans Analysis Therapeutical Audit -, che ha coinvolto la Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), la Società italiana medicina generale (Simg) e l’università di Parma. I suoi risultati parlano chiaro: negli ultimi anni il mercato dei Fans in Italia non è affatto diminuito, ma anzi è aumentato. Come è stato possibile? «Il fatto è che in Italia, a seguito degli eventi che hanno coinvolto il Nimesulide, è avvenuto un vero e proprio switch – spiega Fanelli – I medici, invece di prescrivere farmaci più appropriati e su misura come gli oppiacei, hanno semplicemente sostituito il Nimesulide con altri Fans, tra l’altro spesso in dosi ancora maggiori».
Il risultato? Lo dice lo stesso studio: sono aumentate le complicanze, con le malattie gastroesofagee che sono schizzate dal 24,5% del 2003 al 33,4% di oggi. In più, di conseguenza, è aumentato in maniera indiscriminata l’uso dei farmaci anti-ulcera, che è passato dal 38,73% al 52,88%. «La cosa veramente interessante, è che grazie a questo studio abbiamo anche un’immagine precisa del tipo di paziente che ha cominciato ad assumere più Fans, mettendo a rischio il proprio apparato gastroesofageo – continua Fanelli – Sono state infatti soprattutto le donne ultra-sessantacinquenni del Sud a pagare lo scotto di questo switch».
Ma quali sono le spiegazioni di questo fenomeno? E soprattutto: quali sono le contromisure da adottare per arginarlo? «É chiaro che ha contribuito anche una certa pigrizia terapeutica, con cui si tendeva a prescrivere il Fans per il dolore dei pazienti senza indagare a sufficienza sulle sue cause e sulle soluzioni più appropriate – commenta Fanelli – Ora occorre davvero intervenire sull’appropriatezza terapeutica, diffondendo i risultati dello studio Fata e insistendo con la formazione dei medici. In questo senso, il piano formativo previsto a livello nazionale con la recente approvazione della legge su terapia del dolore e cure palliative può sicuramente offrirci un’opportunità importante».
A cura della Redazione di Doloredoc
