Legge 38/2010 e formazione: si colgono i primi frutti. Ne parliamo con Francesco Amato (Presidente Federdolore) e con Rita Maria Melotti (Direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva all'università di Bologna e membro della Commissione Ministeriale sulla Terapia del Dolore)
La formazione e l’aggiornamento del personale medico e sanitario rivestono un ruolo di primo piano nell’ambito delle cure palliative e della terapia del dolore. E in effetti la legge di riferimento, la 38 del 2010, riserva alla didattica un articolo specifico, il numero otto.
L’intento è arrivare alla realizzazione di percorsi formativi omogenei in tutta Italia, portando avanti quell’idea di “rete” che coinvolge operatori e strutture con l’obiettivo di garantire continuità assistenziale. I risultati cominciano a mostrarsi.
«Di recente sono stati stabiliti i criteri per l'autorizzazione di percorsi formativi nell'ambito dei corsi di laurea, dei diplomi universitari e delle scuole previste dal DPR 162 del 10/3/82 – illustra Francesco Amato, presidente di federDolore - Inoltre, sono stati definiti i criteri per l'accreditamento delle agenzie formative, pubbliche o private autorizzate, che volessero convenzionarsi con il SSN».
«Al fine di diffondere la cultura “del dolore” all’interno del percorso formativo del laureando in Medicina e Chirurgia, in occasione della Conferenza dei Presidenti di Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia del febbraio 2011, due componenti del Tavolo Tecnico tra MIUR e Ministero della Salute hanno portato proposte per rendere omogeneo il percorso formativo relativo a terapia del dolore e alle cure palliative», sottolinea Rita Maria Melotti, direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva all'università di Bologna.
La legge 38/2010, dal canto suo, ha infatti «drammaticamente evidenziato i limiti formativi di una classe medica che si è rivelata completamente impreparata ad affrontare il problema del dolore nella sua complessità, soprattutto nell'ambito delle cure palliative, le quali si caratterizzano oggi per una partecipazione multidisciplinare costituita da medici che hanno acquisito sul campo l'esperienza e la professionalità in virtù di corsi, incontri, partecipazione a scuole di varia natura con diversi orientamenti sia disciplinari che metodologici – commenta Amato - Il tutto costituisce a mio avviso un disordine che si traduce in un danno per l’organizzazione della rete. Nel contesto dell'immediatezza bisogna che venga data un’identità alla storia di chi opera sul campo da anni, per rendere procedurale ciò che è occasionale, e quindi stabilire se chi ha lavorato nel privato debba possedere gli stessi requisiti di chi invece ha prestato la propria opera in strutture pubbliche».
Negli atenei cominciano a prendere piede due tipi di master di alta formazione e qualificazione: uno specializzato in cure palliative, e l’altro nella terapia del dolore. Possono essere istituiti dalle facoltà di Medicina e Chirurgia con esperienza nei due ambiti. Dal controllo dei sintomi alla gestione dell’équipe assistenziale e dei percorsi di cura: l’obiettivo dei master è formare medici con capacità su più fronti.
D’altronde, competenza clinica, metodologica, e comunicativa/relazionale sono quelle che, nel personale sanitario, «devono essere diffuse e aggiornate per arrivare a un’adeguata cura del dolore», sottolinea Melotti. Nella competenza clinica rientra la conoscenza dei metodi di valutazione e trattamento del dolore, oltre all’acquisizione delle abilità nella diagnosi e nella gestione dei diversi problemi collegati con il sintomo dolore. Nella competenza metodologica è inclusa la capacità di individuare e definire le priorità di intervento, come pure saper progettare in modo congiunto con tutti i professionisti i piani assistenziali personalizzati, secondo i criteri del lavoro in rete, e acquisire strumenti per la valutazione dei risultati.
Maturare una competenza comunicativa/relazionale significa conoscere la gestione non farmacologica dei sintomi, conseguendo abilità nel sostegno psicologico della persona assistita e dei familiari. «Diventa fondamentale saper sviluppare la capacità di considerare globalmente il malato come persona nelle sue relazioni con l'ambiente sociale e fisico, la famiglia e il lavoro – precisa Melotti - Sono quindi obiettivi specifici: cogliere e osservare le reazioni della persona e dei familiari al dolore, informare e coinvolgere la persona assistita e la famiglia nel piano di cura, instaurare una relazione di aiuto con la persona e con la famiglia».
L’università, soprattutto negli ultimi tempi, deve fare i conti con una riduzione delle risorse, che spesso si traduce in tagli ai corsi. Su questo fronte, però, per gli studi in cure palliative e terapia del dolore non ci sono pericoli: «I master per loro natura si autofinanziano, e quindi non subiranno cadute dirette legate alla razionalizzazione dei tagli universitari», commenta Francesco Amato. Per raggiungere in tutte le sedi universitarie le competenze in “cura del dolore” prefissate, «saranno necessari alcuni anni», riconosce Rita Maria Melotti. Intanto, però, il tragitto è stato segnato, e su questo già si muovono i primi passi.
