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28/07/2010 |
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Fede e terapia del dolore: stop agli equivoci |
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Per secoli, l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso il dolore ha avuto contorni non ben definiti, talora addirittura equivoci. A causa di questo retaggio, sono in molti coloro che attribuiscono parte della responsabilità di un tardivo sviluppo delle cure palliative in Italia alle pressioni culturali della Chiesa cattolica. Se ne è parlato, per esempio, anche al recente convegno Impact 2010 (tenutosi a Firenze il 2 e 3 luglio scorsi), e in cui hanno partecipato più di 40 società scientifiche coinvolte nella terapia del dolore e le cure palliative. Qui, alcuni hanno accennato a una «cultura cattolica» che interpreterebbe il dolore come una forma di espiazione e quindi non vedrebbe di buon occhio l’utilizzo di farmaci mirati a ridurlo.
Non la vedono però così i medici cattolici, i quali fanno notare che la posizione ufficiale della Chiesa sia favorevole all’uso di farmaci contro il dolore fin dal lontano 1957. Fu infatti allora Papa Pio XII ad attestare, in un documento inviato agli anestesisti, che «La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici (quando è richiesta da un’indicazione medica), è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente». Con una lettera aperta al quotidiano L’Avvenire, i medici Sandro Berni e Carla Ripamonti hanno voluto lanciare un invito a cattolici, ammalati e curanti, «a non considerare l’uso di nessuna terapia del dolore (con oppiacei o con altri interventi analgesici), in contrasto con la loro posizione religiosa».
Pur riconoscendo che prima di Pio XII la Chiesa abbia comunque avuto un atteggiamento poco chiaro verso il dolore, i due medici concludono la lettera sottolineando: «Il sollievo dal dolore è un diritto di tutti quelli che lo richiedono e che ne hanno bisogno: questa affermazione, che fa parte della storia della Chiesa, è ora anche una legge dello Stato. Non ci possono essere alibi, non possiamo fingere di non sapere».
Fonte: L’Avvenire
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28/07/2010 |
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L’anestesia per endoscopia espone al rischio di epatitie |
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I virus dell’epatite B e C possono essere trasmessi durante la somministrazione di un anestetico per via intravenosa. Uno studio apparso sulla rivista Gastroenterology, infatti, sarebbe riuscito a dimostrare che la contaminazione da anestesia – e non da endoscopia – era la vera causa dell’insorgenza dell’infezione in alcuni pazienti. In generale, poi, si è riscontrato che le procedure mediche di IV livello presentano, sorprendentemente, rischi di infezioni maggiori rispetto alle pratiche mediche di routine.
Lo studio ha investigato sulle insorgenze di epatite B e C tra pazienti che avevano ricevuto un’anestesia durante una procedura endoscopica. Le operazioni erano state eseguite dallo stesso anestesiologo ma in due cliniche diverse. I risultati hanno così rilevato sei casi di insorgenze di epatite C e sei casi di epatite B nella prima clinica, mentre nella seconda si era verificato un solo caso di insorgenza di epatite C. Tutti i pazienti analizzati avevano ricevuto del propofol durante la procedura anestesiologica, mentre l’anestesiologo aveva utilizzato la stessa fiala per diversi pazienti, e usato la stessa siringa per dare una nuova dose allo stesso soggetto. Il risultato è stata una contaminazione della fiala.
«Occorre incrementare gli sforzi per diffondere il ricorso a pratiche anestesiologiche completamente sterili – sostengono gli autori dello studio – Ciò potrebbe portare anche chiarezza sui molti casi di trasmissione di epatite negli ospedali; casi le cui insorgenze finora rimangono il più delle volte non individuate. I medici che riscontrano l’insorgenza di casi di epatite dovrebbero segnalare il caso al dipartimento sanitario locale e considerare con attenzione il rischio connesso ad operazioni subite di recente, in particolar modo in quei soggetti che non presentano i tipici fattori di rischio per le infezioni».
Fonte: EurekAlert
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28/07/2010 |
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Studio John Hopkins: «Rivedere le linee guida per il mal di schiena da artrite» |
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Seguire pedissequamente le linee guida non sempre può risultare la strategia migliore, soprattutto nell’ambito del mal di schiena legato all’artrite. Potrebbe infatti portare ad un uso eccessivo di test diagnostici, ritardi nella somministrazione di cure che portino sollievo e spese superflue che possono anche ammontare a 10mila dollari per paziente. Lo rivela uno studio della John Hopkins University, e pubblicato sulla rivista Anesthesiology.
Il mal di schiena dovuto all’artrite, così come si apprende dalle informazioni di background dello studio, è un disturbo tanto comune quanto difficile da diagnosticare con precisione. Questo perchè il riscontro dell’artrite con strumenti diagnostici come i raggi X e la risonanza magnetica non ha una relazione forte con la misura dell’intensità del dolore alla schiena. Questo porta i medici a prescrivere una serie di test temporanei di blocco dei nervi, per provare la connessione con l’artrite e solo successivamente prescrivere l’utilizzo delle radiofrequenze: un intervento relativamente sicuro e non invasivo che interrompe il segnale dolore dalle giunture artritiche.
Lo studio della John Hopkins ha coinvolto 151 pazienti di diversi ospedali con dolore alla schiena e artrite, e li ha divisi in tre gruppi: il primo ha ricevuto un trattamento con radiofrequenze sulla base di risultati clinici ottenuti senza il test di blocco dei nervi; il secondo ha ricevuto un trattamento con radiofrequenze a seguito di un blocco di test diagnostici per comprovare la relazione tra mal di schiena e artrite; il terzo, infine, ha ricevuto il trattamento solo dopo due blocchi di test diagnostici. I risultati hanno dimostrato che i pazienti del primo gruppo avevano accesso ad un sollievo più prolungato, costando meno al sistema sanitario e riscontrando assai pochi effetti collaterali.
«Tutto l’approccio che viene usato oggi è errato – afferma, con sicurezza, Steven Cohen, professore associato di anestesiologia alla John Hopkins – Sottoporre i pazienti a continui test diagnostici diminuisce il tempo di sollievo dovuto alla terapia, e inoltre espone al rischio di non riceverla affatto a causa del problema dei falsi negativi. Dovremo iniziare con le radiofrequenze come prima cosa, a beneficio sia del paziente che del bilancio: tanto più che lo stesso esito positivo della radioterapia può funzionare come diagnosi».
Fonte: ScienceDaily
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20/07/2010 |
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Cancro, oncologo al telefono per battere dolore e depressione |
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Il cancro, si sa, è forse la patologia che più spaventa l’uomo moderno. In chi lo sviluppa, dolore e depressione sono spesso, purtroppo, sgraditi ma prevedibili compagni di viaggio. Eppure, ancora oggi, sono spesso anche aspetti non riconosciuti e sottovalutati. Lo afferma uno studio del Regenstrief Institute dell’Indiana University School of Medicine, Stati Uniti, che però individua anche una soluzione tanto inaspettata quanto – dice lo studio – efficace: il telefono.
Il team di studiosi ha combinato l’attività di un team infermieristico specializzato nel supporto a distanza con la consulenza di professionisti oncologi. I dati dei pazienti venivano raccolti attraverso un sistema automatizzato di monitoraggio dei sintomi, via telefono o internet, e che permetteva di indirizzare al meglio il lavoro di supporto. Gli esiti favorevoli nei pazienti sottoposti ad una gestione della patologia via telefono e la flessibilità di questo approccio sono stati riportati nell’ultima pubblicazione del Journal of American Medical Association.
«Dal momento che gli oncologi sono spesso indaffarati nel fare e analizzare test, chemioterapie e altri trattamenti, spesso dedicano poco tempo alle tematiche legate alla qualità della vita – sostiene Kurt Kroenke, primo autore dello studio - Abbiamo pensato che la soluzione potesse essere la combinazione di un team di gestione delle patologie via telefono e un gruppo di oncologi. Abbiamo provato che si tratta di una soluzione economica ed efficace, e che porta a significativi miglioramenti sia nella depressione sia nel controllo del dolore, in ogni fase della patologia».
Fonte: Eurekalert
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20/07/2010 |
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Emicrania, la chiave nei collettori di sangue del cervello |
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L’emicrania sarebbe legata a doppio filo al flusso sanguigno nel cranio, secondo quanto riscontrato dagli studi dell’Irccs San Raffaele Pisana di Roma. Una scoperta che, se confermata la connessione causale tra i due fenomeni, potrebbe portare ad un nuovo approccio contro questa patologia. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’università La Sapienza, l’istituto romano ha cominciato ad esplorare le proprietà della corteccia cerebrale delle persone affette da emicrania, cercando di svelarne i segreti che portano questi pazienti a dimostrarsi più creativi, ma anche più esposti allo stress.
«Abbiamo dimostrato che nei soggetti con emicrania cronica - spiega Piero Barbanti, responsabile dell'Unità per la cura e la ricerca su cefalee e dolore dell’Istituto Scientifico San Raffaele Pisana - è più frequente riscontrare anomalie dei grossi collettori di sangue, chiamati seni venosi cerebrali. Capire se questa anomalia sia un fattore predisponente alla cefalea cronica o, al contrario, un suo effetto, consentirà in futuro di prospettare nuove terapie».
Ma c’è un altro aspetto relativo all’emicrania su cui c’è ancora molto da capire: «In collaborazione con colleghi dell'università La Sapienza – continua Barbanti - utilizzando la tecnica della stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, abbiamo portato un importante contributo scientifico sulla particolare “inquietudine” della corteccia cerebrale negli emicranici, specie in quelli con aura: una corteccia “senza riposo” che spiega la particolare creatività e sensibilità del soggetto emicranico, ma anche la sua predisposizione all’ansia e allo stress».
Fonte: Il Giornale
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20/07/2010 |
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Qualità della morte: Italia in ritardo |
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Oggi l’Italia avrà anche una delle leggi più avanzate al mondo in materia di cure palliative, ma all’atto pratico, la nostra nazione ha ancora molta, moltissima strada da fare. Soprattutto per quanto riguarda la «qualità di morte». Lo rivela uno studio dell’Economist Intelligent Unit, il centro di analisi dell’autorevole settimanale britannico «The Economist». Lo studio, commissionato dalla Lien Foundation, restituisce una vera e propria classifica della qualità della morte in 40 Paesi, considerando numerose variabili come presenza, la qualità e il costo dell'assistenza di fine vita disponibile in ogni nazione. Il risultato? Non troppo lusinghiero per il Bel Paese, che si è attestato solo in 24sima posizione.
«Secondo la Worldwide Palliative Care Alliance - ricordano gli autori dell'indagine - oltre 100 milioni di malati ogni anno avrebbero bisogno di cure palliative, ma solo l'8% le ottiene. E le situazioni più problematiche avvengono spesso in Stati che hanno un buon sistema sanitario, ma non sono organizzati per assistere adeguatamente i malati terminali». É l'esempio dell'Italia, ma anche della Danimarca, 22esima in classifica, della Spagna, 26sima, della Finlandia, 28sima, e della Corea del Sud, 32esima. I migliori voti, invece, se li sono conquistati la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. In fondo alla lista, India, Uganda, Brasile e Cina.
Secondo gli esperti che hanno commentato la ricerca, la chiave per migliorare l’approccio - clinico e non - alla morte a livello globale sarebbe il dibattito pubblico. Cambiare la percezione della morte e i tabù culturali a cui essa è legata sarebbe il passo fondamentale. Anche un’eccessiva mediatizzazione dei casi di eutanasia e suicidio assistito, che in realtà rappresentano solo una piccolissima parte dei decessi di una nazione, contribuisce a modificare la percezione del fenomeno morte. Un accesso più diffuso ai farmaci oppiacei, poi, è ritenuto la vera conquista necessaria per cambiare le cose.
Fonte: AdnKronos
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14/07/2010 |
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Progetto Noppain, per misurare il dolore di chi è senza parola |
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L’immagine più tipica che associamo al dolore è quella del lamento, della richiesta di aiuto, a volte delle grida. Il silenzio, invece, non ci sembra essere parte del dolore. Eppure, molte persone che soffrono per i traumi più gravi o per le malattie più disabilitanti hanno anche perso l’uso della parola, e con essa la possibilità di esprimere il proprio dolore. Per questi pazienti, la già complessa sfida che i medici devono affrontare per «misurare» l’intensità del dolore diventa quasi proibitiva. Per questo, è nato il progetto Noppain, (Non-communicative patient’s pain assessment instrument), che introduce una nuova scheda di valutazione del dolore in persone colpite da forme di demenza senile, in traumatizzati gravi che non hanno la possibilità di comunicare verbalmente, in pazienti colpiti dal morbo di Alzheimer e in malati oncologici in fase terminale.
Si chiama «Scala Snow», prendendo il nome dalla dottoressa Andrea Lynn Snow dell’università dell’Alabama negli Stati Uniti, che l’ha messa a punto. Sarà introdotta per la prima volta in Italia nell’ambito dei protocolli della Asl 8 del Veneto, i cui dati riferiscono di oltre 400 nuovi casi di malati di demenza all’anno, per un totale di 2500 pazienti, l’1% della popolazione totale della regione. «Nel microcosmo della popolazione che soffre, nella maggior parte dei casi, ospedalizzata – spiega il direttore dei servizi sociali della Asl 8, Gian Luigi Bianchin - il paziente non comunicante costituisce un ulteriore sottogruppo che rischia di essere considerato non valutabile, per cui spesso gli operatori socio-sanitari non entrano nemmeno nel merito di una possibile sofferenza. È importante quindi codificare, valutare e monitorare il grado di sofferenza dei pazienti che non riescono ad esprimerla per poterla affrontare con tempestività ed efficacia».
La Scala Snow richiede di valutare un’ampia gamma di informazioni: la mimica del viso, i movimenti del corpo, le rigidità, i vocalizzi o i gemiti, l’irrequietezza o i tentativi di indicare con le mani la zona del dolore. E ancora: la capacità di star seduti o il desiderio di cambiare spesso posizione a letto, la capacità di sopportare massaggi, bagni o spugnature, la volontà di alimentarsi. Il tutto confluisce nel «punteggio Noppain» che, se superiore ad una certa soglia, permette di affermare che il paziente, pur non riuscendo a comunicare in modo chiaro, prova dolore e che è necessario intervenire con una terapia mirata. «La scheda Snow è un metodo tanto semplice quanto rivoluzionario – afferma la psicologa Renata Ferrari, che sta sperimentando la scala già dal 2005 all’Ipab di Vicenza e dal 2006 all’Ospedale San Bortolo – proprio perchè modifica la percezione e la sensibilità attorno al tema del dolore cronico e acuto nei pazienti non comunicanti. I riscontri sono stati evidenti fin dall’inizio, sia sul fronte della qualità della vita delle persone malate, sia nella capacità da parte degli operatori di rassicurare e coinvolgere in maniera attiva i familiari»
Fonte: Il Corriere della Sera
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14/07/2010 |
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Dall’America la Cannabis anti-dolore senza effetti collaterali |
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Quello della Cannabis è forse il principio attivo più discusso nella storia della medicina. Le sue comprovate capacità di rilassamento e sollievo del dolore, sono state negli anni controbilanciate dai dubbi legati ai suoi effetti collaterali. Ora, però, uno studio apparso sulla rivista Anesthesia & Analgesia, promette di porre fine a questa lunga e accesa disputa, fornendo in più una nuova arma contro il dolore neuropatico. Studiosi dell’Anderson cancer centre, dell’università del Texas, avrebbero infatti sintetizzato un nuovo composto simile al principio attivo della marijuana, con la stessa azione anti-dolore, ma senza effetti collaterali a livello del sistema nervoso centrale.
La Cannabis sintetica (un composto chiamato Mda19), sarebbe infatti in grado di agire su uno specifico sotto-tipo di recettori cannabinoidi. I ricercatori statunitensi, infatti, grazie ad una serie di esperimenti hanno constatato che esistono due tipi di recettori chimici per cannabinoidi: il Cb1, che si trova principalmente nel cervello, e il Cb2, che invece si trova nel sistema immunitario periferico. É stato quindi elaborato un composto che mirasse solo (o in prevalenza) a quest’ultimo recettore. Si è così arrivati a sintetizzare Mda19, che ha un impatto quattro volte più potente sul recettore Cb2 rispetto a Cb1, e che inoltre, a seconda delle condizioni, può sia attivare che disattivare i due recettori. Negli esperimenti su topi di laboratorio, si è così riscontrato una diminuzione del dolore senza effetti collaterali comportamentali di sorta.
«Con farmaci funzionalmente selettivi, sarà possibile separare gli effetti desiderati da quelli indesiderati di una singola molecola attraverso un solo recettore – ha affermato Mohamed Naguib, a capo dello studio statunitense – Grazie anche alla sua flessibilità, la Cannabis sintetica potrebbe davvero rappresentare una prossima soluzione efficace nel trattamento del dolore neuropatico».
Fonte: ScienceDaily
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14/07/2010 |
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Scoperta la chiave per riattivare la crescita del sistema nervoso periferico |
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Attivare la rigenerazione dei nervi del sistema nervoso periferico potrebbe da oggi essere possibile. Questa importante scoperta potrebbe portare ad un nuovo trattamento del danno nervoso: un evento comune, molto grave e, fino ad oggi, irreparabile, spesso conseguenza di patologie come il diabete o di traumi. La scoperta, riportata nell’ultima edizione del Journal of neuroscience, potrebbe risultare in sviluppi davvero significativi anche nel campo della gestione del dolore, dal momento che i nervi cosiddetti periferici sono i primi responsabili del trasporto dell’«impulso dolore» dal luogo del trauma al midollo spinale e quindi al cervello.
Studiosi dell’Hotchkiss Brain Institute dell’università di Calgary (Canada) hanno esaminato, su topi di laboratorio, il «percorso» che porta i nervi a svilupparsi e sopravvivere. É stato così individuato un «freno molecolare»: un elemento, chiamato Pten, che interviene per impedire l’eccessivo aumento dei nervi in condizioni normali. Il team di studiosi ha quindi dimostrato che Pten, dopo una malattia o un trauma, rimane attivato, e impedisce ai nervi danneggiati di rigenerarsi. É stato quindi trovato un metodo per «disattivare» questo elemento registrando, di conseguenza, un notevole aumento nella crescita cellulare nervosa.
«Siamo rimasti sorpresi nel vedere quanto rapido e intenso risultasse essere il cambiamento dopo aver disattivato Pten – confessa Kimberly Christie, prima autrice dello studio – Nessuno sapeva che i nervi periferici potessero rigenerarsi in questa maniera: si tratta di un approccio totalmente nuovo. Questa scoperta potrà in futuro aiutare molto chi a perso sensibilità o capacità motorie a seguito di malattie disabilitanti, come il diabete, o di traumi, a riprendersi più facilmente e a vivere con meno dolore».
Fonte: EurekAlert
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08/07/2010 |
| Titolo: |
Ernia del disco, la causa potrebbe essere auto-immune |
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Una cellula immunitaria conosciuta per essere coinvolta nell’insorgenza di infiammazioni croniche in un contesto di malattia auto-immune potrebbe essere il fattore scatenante del mal di schiena lombare con ernia del disco. A identificare questa associazioni è stato un team di ricercatori del Duke university Medical center: una scoperta che, se confermata, potrebbe dare un’interpretazione totalmente nuova all’insorgenza dell’ernia del disco, legandola ad un problema autoimmune e aprendo così la porta a nuovi possibili terapie.
La cellula, la citochina interleuchina 17, e sarebbe coinvolta in un processo auto-immune che sarebbe la vera radice del dolore legato all’ernia del disco. Non sarebbe quindi, come per lungo tempo è stato creduto, lo schiacciamento o danneggiamento di un nervo la causa del dolore.
«Identificando la specifica sub-popolazione di linfociti, potrebbe essere possibile arresta l’infiammazione alle cellule del disco – spiega William J. Richardson, chirurgo ortopedico coinvolto nello studio pubblicato questo mese sulla rivista Arthritis and Rheumatism - Con questo approccio, si potrebbe di conseguenza ridurre il dolore e arrestare l’evoluzione dell’artrite, oltre ad evitare un possibile intervento chirurgico».
«Il centro del disco è privilegiato da un punto di vista immunitario, in quanto esposto al sistema immunitario – spiega Mohammed Shamji, primo autore dello studio – Quando un disco è danneggiato o si degenera, il corpo reagisce al materiale che invade l’interno come farebbe con un virus o con un corpo esterno, lanciando un’azione che ha come scopo la distruzione di questo materiale. La radice del nervo, che è presente nelle vicinanza, si infiamma provocando gonfiore e dolore».
Questa interpretazione spiegherebbe il perchè del fallimento di molte tecniche che, durante gli anni, hanno portato medici e chirurghi ad iniettare i più diversi materiali – inclusi steroidi – nello spazio tra il disco e il nervo. Questi materiali o sostanze, infatti, sarebbero inefficaci perhcè non agiscono a livello immunitario. «La citochina interleuchina 17 - conclude Shamji - è un prodotto di uno specifico gruppo di cellule che sono coinvolte nell’insorgenza di malattie auto-immuni come l’artrite e l’asma, ma non alla risposta del corpo a infezioni o tumori. Usandole come bersaglio, si preserverebbero anche quelle funzioni di protezione del corpo contro infezioni e neoplasie che oggi vengono spesso danneggiati con le terapie attuali».
Fonte: EurekAlert
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| Data: |
08/07/2010 |
| Titolo: |
Un decalogo contro il dolore dei più piccoli |
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Dieci regole che possono fare la differenza. L’Unità operativa di Oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma, insieme al Dipartimento di Scienze pediatriche medico chirurgiche e di Neuroscienze dello sviluppo, ha stilato un decalogo per il trattamento del dolore in ambito pediatrico. Una scelta che ha preso slancio dopo l’introduzione, con la nuova legge sulle cure palliative, di nuove norme in pediatria che facilitano il trattamento del dolore, ammettendo anche il a farmaci oppiacei.
«Si tratta - Riccardo Riccardi, responsabile dell'Unità operativa romana - di brevi note, elaborate con l'obiettivo di sintetizzare le conoscenze mediche e l'approccio terapeutico del dolore dei bambini. Ciascuno dei punti elencati dà delle indicazioni, comprovate da pubblicazioni internazionali, sull'atteggiamento e il rapporto del medico rispetto al dolore e sull'importanza di operare un intervento condiviso nel caso del dolore pediatrico, sia per quanto riguarda la sua valutazione, che per le terapie da mettere rapidamente in atto».
Ecco il decalogo: 1) Il dolore severo, non trattato, può causare danni fisici e psicologici. 2) Il livello del dolore di un bambino è un segno vitale essenziale e, come tale, deve essere regolarmente rilevato e registrato in cartella clinica. 3) I neonati avvertono il dolore sin dalla nascita e già durante la vita intrauterina. 4) I bambini avvertono il dolore in maniera più intensa rispetto agli adulti, per immaturità dei centri di integrazione spinale e centrale. 5) I bambini non si abituano al dolore, nè lo tollerano meglio degli adulti. 6) A tutt'oggi, però, il dolore in età pediatrica è sottostimato e sottotrattato. 7) Il dolore va valutato utilizzando scale specifiche per l'età pediatrica, che consentono, anche, di verificare l'efficacia della terapia analgesica. 8) La terapia del dolore deve basarsi sull'utilizzo di tutti i farmaci analgesici, tra cui rivestono un ruolo fondamentale gli oppioidi. 9) La terapia analgesica deve essere impostata secondo la scala di gravità dell'Organizzazione mondiale della sanità, sia per trattare efficacemente il dolore che per limitare gli effetti collaterali dei farmaci. 10) I farmaci analgesici devono essere utilizzati a orario fisso, a dosi appropriate, secondo la scala di gravità dell'Oms e utilizzando, all'inizio, un solo farmaco ed una sola via di somministrazione.
Fonte: Asca
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| Data: |
08/07/2010 |
| Titolo: |
Cure palliative, Italia ancora in ritardo |
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Sulla strada del trattamento del dolore cronico, in Italia, c’è ancora molto da fare. Nonostante l’approvazione della nuova legge sulle cure palliative e l’attività di istituzioni e associazioni nel campi della formazione e dell’informazione, ancora oggi molti non sanno cosa significhi essere affetti da dolore cronico, o quale sia il modo migliore per affrontarlo. Lo ha messo in evidenza un’indagine dell’associazione Vivere senza dolore, che ha incontrato e intervistato 600 pazienti che hanno chiesto una mano ad una strutture di terapia del dolore e ambulatori specialistici per lenire i propri mali.
Il primo dato sconfortante giunge proprio dai malati stessi i quali, alla domanda se soffrissero di dolore cronico, solo nel 78% dei casi hanno saputo fornire una risposta coerente al loro caso clinico. Un dato che dimostra come persino tra i pazienti che seguono una terapia specialistica per i loro dolori ci sia una fetta di persone che non hanno un’idea chiara del problema. Eppure il dolore, che nel 49% degli intervistati affligge il malato da almeno un anno e nel 29% da almeno 6 mesi, influisce sulla qualità di vita nel 96% dei casi, interferendo nella normale attività quotidiana, sul lavoro, ma anche nelle relazioni sociali, rendendo così il paziente sempre più solo con la sua malattia.
Questi ultimi dati spostano l’attenzione sull’altra faccia del problema: l’approccio medico e terapeutico, spesso non adeguato. Ancora oggi, la misurazione del dolore non viene effettuata dal 54,7% dei medici di famiglia e dal 31,2% degli specialisti. L’ovvia conseguenza è l’insoddisfazione dei pazienti, nel 74,4% dei casi se la terapia è impostata dal medico di medicina generale e nel 39,9% nel caso in cui sia lo specialista ad aver compilato la ricetta. In generale, poi, i farmaci oppioidi risultano ancora poco utilizzati: i medici di famiglia applicano solo nel 19,4% dei casi il farmaco di scelta, contro il 67% degli specialisti.
«Queste risposte non sempre adeguate da parte dei clinici alla necessità antalgiche dei loro assistiti fanno emergere alcune priorità fondamentali per il cittadino con dolore cronico - spiega Vittorio Iorno, anestesista e terapista del dolore presso il Policlinico di Milano e membro del Comitato Scientifico dell’Associazione vivere senza dolore - La ricerca evidenzia che il paziente ha bisogno di sapere, nel 39,5% dei casi, quali siano le possibili terapie che la medicina ha messo a disposizione per la cura del suo dolore e, nel 23,1% dei casi, dove si trovino e quali siano i centri a cui può rivolgersi, per ricevere cure appropriate. Per il 19,7% degli intervistati è importante poter avere più informazioni in merito al dolore inteso come malattia, mentre un 17,5% vorrebbe sapere chi siano gli specialisti che si occupano di curare il dolore».
Fonte: Salute Domani
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